sabato 8 marzo 2008

I DISTASTRI DI LIA

Lia, è giunto il momento di andare a scuola!
Lia, la Giamburrasca più dolce che ci sia, si è pitturata i lunghi capelli di verde, proprio la vigilia del primo giorno di prima elementare.
Poi si è messa un cartello in faccia:
I DON’T
SCHOOL!

Lia se l’era fatto scrivere a forza da suo padre.
Tutti vivevano in un appartamento, ma doveva ancora nascere la sorellina di Lia, che Lia con la sua fantasia (che è la fantasia più dolce che ci sia) voleva chiamare Ia, che era il nome di un’imperatrice di Ossville, la città dove vivevano.
Ia era sì un bel nome, ma con la sorella che si chiama Lia tutti avrebbero detto ‘Che fantasia, i genitori!’
Comunque tra un mese sarebbe nata.
Così il giorno dopo sono andati (Lia e il padre Eupremio) a una delle tipiche scuole di Ossville: dovevano studiare tutto ma al posto dei compiti dovevano costruire case.
La mamma Eustorgia e il papà Eupremio (come la legge voleva ) dovevano stare con i figli soltanto durante le vacanze.
Così si avviarono verso la scuola; in verità questo doveva essere il secondo giorno in cui Lia andava a scuola, ma l’altro giorno non ci era voluta andare.
“Angelicaaaaaaaaaaa!!!!!” urlò Lia.
Angelica, la sua amica del cuore, andava alla stessa scuola dove andava Lia.
Angelica era impegnata a parlare con Delfina, un’altra compagna di classe.
Chass era un’altra bambina dai capelli rossi; poi c’era Insal, una bambina dai capelli neri e poi una bambina dai capelli marroni di nome Leoncina.
“Lia, ti faccio conoscere Leoncina e Delfina” disse Angi.
Leoncina era molto simpatica a Lia.
“Non essere amica di quelle due!” incominciò Delfina.
“Sua sorella è la maestra Stella” disse indicando un’altra ragazza “e la sorella ha promesso a Chass, quella bambina dai capelli rossi, che metterà bei voti soltanto a lei”.
“Che sono i voti?” chiese allora Lia.
“Lasciamo perdere” dissero in coro.
“Devi solo sapere che con quella bambina con i capelli rossi non ci devi proprio parlare. E neanche con Insal devi parlare, perché è una sua amica. Insal crede che, se è sua amica, la maestra Stella le mette i voti buoni!”
Chass strillò: “Io sono Chass!! Lei è Insal” disse dandole la mano, come per dire ‘piacere’. Incominciarono subito la lezione.
“Allora prendete il mattone numero 3” disse la maestra, che insegnava a costruire case.
“Adesso, quello 4”.
La maestra di colpo si sentì un po’ male e Lia si mise al posto della maestra e cominciò a fare lei lezione, vedendo i progetti dell’insegnante.
Costruirono ben tre case, bellissime e pronte per essere abitate; le costruirono in un’oretta.
Peccato che dopo le dovevano distruggere; ma la maestra Lia non glielo permise e quindi quelle tre case rimasero nel giardino della scuola.
“Allora, bambine” disse Lia. “Chass e Insal staranno ad abitare nella casa numero 1; io e Leoncina abiteremo nella casa numero 2; Angi e Delfina nella casa numero 3. Soddisfatte?” chiese.
Nessuno rispose.
Quando la maestra tornò, Lia stava pescando insieme alle altre per pranzare con un po’ di pesce alla griglia, ma subito quando la vide, Chass corse incontro alla sorella, sussurrandole: “Questa qui sta rovinando tutto il tuo lavoro. Fermala subito!”
“Ai suoi ordini!” disse subito la sorella.
‘Bene’ pensò perfidamente Chass.
“Insal vieni qui! Distruggiamo le case di Angelica e di quelle oche delle sue amiche, presto Lia se ne pentirà.” disse Chass.
“Di cosa?” chiese un po’ rimbambita Insal.
“Cosa di cosa?” disse Chass.
“Coosa cosa di cosa?” chiese Insal ancora più rimbambita.
“Se ne pentirà di aver costruito quelle case, Insalatona” disse facendole due buffetti alle guance, ma così forti che quasi gliele strappò.
“Ma poi tua sorella non è che ci sgrida?” chiese Insal.
“Non dire le parole “mia sorella”, in questi momenti mia sorella diventa la nostra maestra, ok?” sussurrò arrabbiata jsgkajsf fisgjjhmstihve a ih jkar ihm tif, ehm, volevo dire Chass.
Insal stava per iniziare un’altra frase, quando Chass la fermò “… E l’insegnante non ci sgriderà”
Intanto Delfina, Angelica, Leoncina e Lia discutevano “……Non puoi non farci distruggere le case solo perché a un certo punto ti “conficchi” al posto di mastra Stella.” la rimproverò Angi.
“Affari miei, me la vedrò con mastra Stella, se la chiamate “mastra” allora la chiamo anch’io così, ma di certo dopo aver “lottato” per un minuto con mastra Stella, vincerò io, noi avremo la possibilità di studiare non costruendo case, ma sbuf, sbof, sbaf, sbif, sbef, come fanno gli alunni del così detto “mondo” o “terra” che non ha ancora capito che su Saturno ci sono ancora più abitanti rispetto al mondo” disse Lia, che fece entrare le amiche in un altro discorso.
“Ho visto sulla cartina saturnana …”cominciò s klsjoaed gkjwrgkietnaktm lguaeiyn jeroi kdftheoit, ehm, scusate forse ho dei problemi sul computer.
“Si dice “saturnanea”” la rimproverò.
La mastra Stella, intanto, si era confusa le idee: “basta! Riavrò il mio mal di testa, se no…”
“Non fa niente” disse Chass, “fate tutto quello che volete, ma non fate quello che non vi chiede di fare o la mastra Stella o io.” bgrftmhujtjv ehm scusate. Ari-ho dei problemi sul computer.
La sorella Stella disse a Chass: “Ma che dovevo fare io?”
“Smettila” disse Chass, “andiamocene alla ‘nostra nuova casa’”.
Così detto, ci andarono, insieme a Insal.
Intanto Lia, rinchiusa in casa sua insieme a Leoncina, cercava di escogitare un piano per distruggere Chass e sua sorella. E pure Insal.
Leoncina che continuava: “Lia, ora basta, dobbiamo cenare!”
“Se vuoi mangia solo tu” le sussurrò Lia
“Ok” e cominciò a mangiare
Il giorno dopo ecco che arriva Insal che, un po’ addormentata, dà una notizia a Chass. “Stanno escogitando un pianoooo”
“ E che cosa stanno progettando” le chiese subito temibilmente felice Chass, senza una risposta perché Insal cominciava a dormire.
Lia, che era già giunta a scuola, aveva ben in mente il suo piano.
Intanto stava arrivando la mastra Stella, mezza addormentata pure lei.
“Prendete immediatamente il mattone numero 3”
“No!” rispose Lia.
“Perché no?” chiese mastra Stella.
“E me lo chiedi? Perché non ho voglia, ovvio no?”
“Che significa, non ho voglia? Se è per questo, io non verrei a fare la mastra ”
“Allora, se ne vada!”
“Che stai insinuando?” chiese mastra Stella.
“Ma, se non sai neanche cosa significa la parola insinuare!”
“Ti sbaaaagli. Forza su, Lia, smettila. Metti in atto il tuo piano” disse mastra Stella.
“Mi sta mettendo alla prova? E io non ho nessun piano in mente”
“ppppìccola mocciosetta” cominciò Chass, “Insal mi ha detto tutto”
“Di cosa?” chiese preoccupata Insal.
“Cosa di cosa?” disse Chass.
“Coosa cosa di cosa?” chiese Insal ancora più preoccupata.
“Non ricominciamo” disse Chass
“A fare cosa” richiese Insal.
Squillò un telefono.
“Vabbe’ rispondo io” disse Insal.
“Non ci provare neanche” disse una voce.
Comunque rispose la mastra Stella.
“Prrrronto? Chi seeeeeiiii?”
Dalla cornetta si sentì una voce cento volte più seria di quella della mastra Stella: “Bonjour, comment ça va? Je suis le président des gommes américaines ”
Alla mastra Stella venne un colpo.
Era una telefonata importante. Il presidente delle gomme americane, chissà cosa voleva da lei; era come il sindaco, più di un sindaco.
Mastra Stella tutta emozionata: “Sìììììì” gli chiese “Dica?”
“J’ai savu que vous faites tout ce que vuet votre soeur. Et puis, vous faites construir seulment des maisons, Toujours des maisons! C’est incroyable. Je vous dis seulment que vous etes simplement exonerée ensemble avec Chass et Insal !”
“Come lice-lice-nziata” mastra Stella cominciò a piangere come una fontana.
“Come licenziata” pianse Chass.
“Licenziata di cosa?” chiese preoccupata Insal.
“Cosa di cosa?” disse Chass.
“Coosa cosa di cosa?” chiese Insal ancora più preoccupata.
In un batter d’occhio furono portate a Bulderia, una città dove c’erano tutti i licenziati.
A quel punto da lontano lontano lontano lontano si sentì una risata fortissima.
Era Lia.
Aveva fatto finta di essere il presidente delle gomme americane e aveva fatto a mastra Stella, Chass e Insal quello scherzo temibile.
Così imparavano a trattarla male.

THE END?
Ma sì, mettiamo
THE END

I DISTASTRI DI LIA

Lia, è giunto il momento di andare a scuola!
Lia, la Giamburrasca più dolce che ci sia, si è pitturata i lunghi capelli di verde, proprio la vigilia del primo giorno di prima elementare.
Poi si è messa un cartello in faccia:
I DON’T
SCHOOL!

Lia se l’era fatto scrivere a forza da suo padre.
Tutti vivevano in un appartamento, ma doveva ancora nascere la sorellina di Lia, che Lia con la sua fantasia (che è la fantasia più dolce che ci sia) voleva chiamare Ia, che era il nome di un’imperatrice di Ossville, la città dove vivevano.
Ia era sì un bel nome, ma con la sorella che si chiama Lia tutti avrebbero detto ‘Che fantasia, i genitori!’
Comunque tra un mese sarebbe nata.
Così il giorno dopo sono andati (Lia e il padre Eupremio) a una delle tipiche scuole di Ossville: dovevano studiare tutto ma al posto dei compiti dovevano costruire case.
La mamma Eustorgia e il papà Eupremio (come la legge voleva ) dovevano stare con i figli soltanto durante le vacanze.
Così si avviarono verso la scuola; in verità questo doveva essere il secondo giorno in cui Lia andava a scuola, ma l’altro giorno non ci era voluta andare.
“Angelicaaaaaaaaaaa!!!!!” urlò Lia.
Angelica, la sua amica del cuore, andava alla stessa scuola dove andava Lia.
Angelica era impegnata a parlare con Delfina, un’altra compagna di classe.
Chass era un’altra bambina dai capelli rossi; poi c’era Insal, una bambina dai capelli neri e poi una bambina dai capelli marroni di nome Leoncina.
“Lia, ti faccio conoscere Leoncina e Delfina” disse Angi.
Leoncina era molto simpatica a Lia.
“Non essere amica di quelle due!” incominciò Delfina.
“Sua sorella è la maestra Stella” disse indicando un’altra ragazza “e la sorella ha promesso a Chass, quella bambina dai capelli rossi, che metterà bei voti soltanto a lei”.
“Che sono i voti?” chiese allora Lia.
“Lasciamo perdere” dissero in coro.
“Devi solo sapere che con quella bambina con i capelli rossi non ci devi proprio parlare. E neanche con Insal devi parlare, perché è una sua amica. Insal crede che, se è sua amica, la maestra Stella le mette i voti buoni!”
Chass strillò: “Io sono Chass!! Lei è Insal” disse dandole la mano, come per dire ‘piacere’. Incominciarono subito la lezione.
“Allora prendete il mattone numero 3” disse la maestra, che insegnava a costruire case.
“Adesso, quello 4”.
La maestra di colpo si sentì un po’ male e Lia si mise al posto della maestra e cominciò a fare lei lezione, vedendo i progetti dell’insegnante.
Costruirono ben tre case, bellissime e pronte per essere abitate; le costruirono in un’oretta.
Peccato che dopo le dovevano distruggere; ma la maestra Lia non glielo permise e quindi quelle tre case rimasero nel giardino della scuola.
“Allora, bambine” disse Lia. “Chass e Insal staranno ad abitare nella casa numero 1; io e Leoncina abiteremo nella casa numero 2; Angi e Delfina nella casa numero 3. Soddisfatte?” chiese.
Nessuno rispose.
Quando la maestra tornò, Lia stava pescando insieme alle altre per pranzare con un po’ di pesce alla griglia, ma subito quando la vide, Chass corse incontro alla sorella, sussurrandole: “Questa qui sta rovinando tutto il tuo lavoro. Fermala subito!”
“Ai suoi ordini!” disse subito la sorella.
‘Bene’ pensò perfidamente Chass.
“Insal vieni qui! Distruggiamo le case di Angelica e di quelle oche delle sue amiche, presto Lia se ne pentirà.” disse Chass.
“Di cosa?” chiese un po’ rimbambita Insal.
“Cosa di cosa?” disse Chass.
“Coosa cosa di cosa?” chiese Insal ancora più rimbambita.
“Se ne pentirà di aver costruito quelle case, Insalatona” disse facendole due buffetti alle guance, ma così forti che quasi gliele strappò.
“Ma poi tua sorella non è che ci sgrida?” chiese Insal.
“Non dire le parole “mia sorella”, in questi momenti mia sorella diventa la nostra maestra, ok?” sussurrò arrabbiata jsgkajsf fisgj gkhdjg ajhmstihve a ih jkar ihm tif, ehm, volevo dire Chass.
Insal stava per iniziare un’altra frase, quando Chass la fermò “… E l’insegnante non ci sgriderà”
Intanto Delfina, Angelica, Leoncina e Lia discutevano “……Non puoi non farci distruggere le case solo perché a un certo punto ti “conficchi” al posto di mastra Stella.” la rimproverò Angi.
“Affari miei, me la vedrò con mastra Stella, se la chiamate “mastra” allora la chiamo anch’io così, ma di certo dopo aver “lottato” per un minuto con mastra Stella, vincerò io, noi avremo la possibilità di studiare non costruendo case, ma sbuf, sbof, sbaf, sbif, sbef, come fanno gli alunni del così detto “mondo” o “terra” che non ha ancora capito che su Saturno ci sono ancora più abitanti rispetto al mondo” disse Lia, che fece entrare le amiche in un altro discorso.
“Ho visto sulla cartina saturnana …”cominciò s klsjoaed gkjwrgkietnaktm lguaeiyn jeroi kdftheoit, ehm, scusate forse ho dei problemi sul computer.
“Si dice “saturnanea”” la rimproverò.
La mastra Stella, intanto, si era confusa le idee: “basta! Riavrò il mio mal di testa, se no…”
“Non fa niente” disse Chass, “fate tutto quello che volete, ma non fate quello che non vi chiede di fare o la mastra Stella o io.” bgrftmhujtjv ehm scusate. Ari-ho dei problemi sul computer.
La sorella Stella disse a Chass: “Ma che dovevo fare io?”
“Smettila” disse Chass, “andiamocene alla ‘nostra nuova casa’”.
Così detto, ci andarono, insieme a Insal.
Intanto Lia, rinchiusa in casa sua insieme a Leoncina, cercava di escogitare un piano per distruggere Chass e sua sorella. E pure Insal.
Leoncina che continuava: “Lia, ora basta, dobbiamo cenare!”
“Se vuoi mangia solo tu” le sussurrò Lia
“Ok” e cominciò a mangiare
Il giorno dopo ecco che arriva Insal che, un po’ addormentata, dà una notizia a Chass. “Stanno escogitando un pianoooo”
“ E che cosa stanno progettando” le chiese subito temibilmente felice Chass, senza una risposta perché Insal cominciava a dormire.
Lia, che era già giunta a scuola, aveva ben in mente il suo piano.
Intanto stava arrivando la mastra Stella, mezza addormentata pure lei.
“Prendete immediatamente il mattone numero 3”
“No!” rispose Lia.
“Perché no?” chiese mastra Stella.
“E me lo chiedi? Perché non ho voglia, ovvio no?”
“Che significa, non ho voglia? Se è per questo, io non verrei a fare la mastra ”
“Allora, se ne vada!”
“Che stai insinuando?” chiese mastra Stella.
“Ma, se non sai neanche cosa significa la parola insinuare!”
“Ti sbaaaagli. Forza su, Lia, smettila. Metti in atto il tuo piano” disse mastra Stella.
“Mi sta mettendo alla prova? E io non ho nessun piano in mente”
“ppppìccola mocciosetta” cominciò Chass, “Insal mi ha detto tutto”
“Di cosa?” chiese preoccupata Insal.
“Cosa di cosa?” disse Chass.
“Coosa cosa di cosa?” chiese Insal ancora più preoccupata.
“Non ricominciamo” disse Chass
“A fare cosa” richiese Insal.
Squillò un telefono.
“Vabbe’ rispondo io” disse Insal.
“Non ci provare neanche” disse una voce.
Comunque rispose la mastra Stella.
“Prrrronto? Chi seeeeeiiii?”
Dalla cornetta si sentì una voce cento volte più seria di quella della mastra Stella: “Bonjour, comment ça va? Je suis le président des gommes américaines ”
Alla mastra Stella venne un colpo.
Era una telefonata importante. Il presidente delle gomme americane, chissà cosa voleva da lei; era come il sindaco, più di un sindaco.
Mastra Stella tutta emozionata: “Sìììììì” gli chiese “Dica?”
“J’ai savu que vous faites tout ce que vuet votre soeur. Et puis, vous faites construir seulment des maisons, Toujours des maisons! C’est incroyable. Je vous dis seulment que vous etes simplement exonerée ensemble avec Chass et Insal !”
“Come lice-lice-nziata” mastra Stella cominciò a piangere come una fontana.
“Come licenziata” pianse Chass.
“Licenziata di cosa?” chiese preoccupata Insal.
“Cosa di cosa?” disse Chass.
“Coosa cosa di cosa?” chiese Insal ancora più preoccupata.
In un batter d’occhio furono portate a Bulderia, una città dove c’erano tutti i licenziati.
A quel punto da lontano lontano lontano lontano si sentì una risata fortissima.
Era Lia.
Aveva fatto finta di essere il presidente delle gomme americane e aveva fatto a mastra Stella, Chass e Insal quello scherzo temibile.
Così imparavano a trattarla male.

THE END?
Ma sì, mettiamo
THE END

giovedì 24 gennaio 2008

SEI SORELLE

“Ho sei figlie: Zara, Mara, Sara, Lara, Chiara e Clara.
Zara ha 13 anni, Mara 12, Sara 11, Lara 10, Chiara 9 e Clara 8.”
Il preside disse: “Che fantasia…”
“Ehi come faceva a sapere il nostro cognome? Non glielo avevo ancora detto” disse il papà.
“Allora … che cosa reale!”
“ Ehi ma come faceva a sapere il cognome di mia moglie!”
“Scusi?”
“Sì io mi chiamo Maryo Fantasia e mia moglie Claudya Reale. E ci siamo trasferiti in questa città in questi giorni e volevamo iscrivere le ragazze in questa scuola”
“Ok” rispose il preside. “Allora Aara in terza media, Nara in seconda media, Tara in prima media … Yara in quarta elementare e Dara in terza elementare”
“Beh niente male; ha sbagliato tutti i nomi e si è dimenticato di Lara, comunque…”
Il giorno dopo, Zara si presentò davanti a tutta la classe e poi si sedette al suo posto.
Zara credeva di essere molto preparata e ripensò: ‘Mi raccomando Zara, ricordati che 6 al quadrato fa 66’.
La terribile professoressa Marinetti la chiamò subito alla cattedra e la interrogò.
“Come vai in musica, Zara?”
“Io non facevo musica nella scuola da dove vengo”
“Iiiiiiihhhh” disse l’insegnante.
Xio, la più brava a scuola, disse: “Ma come fai a non fare musica. E’ la materia più divertente. My favourite subject is music!”
La sua amica Randis, per gli amici Raxdis e per i nemici Rexdis (e nessuno sa perché), intervenne: “Ank mi preferit mater are music”
“Diavolo Rexdis, hai azzeccato una parola!” scherzò il suo nemico Excel.
In quel momento intervenne l’insegnante: “Sileeeenzioooo!!!” urlò.
E nessuno fece silenzio.
Per fortuna squillò la campanella e tutti tornarono a casa.
Nella stessa giornata Mara non fece conoscenza con nessuno, perché era andata da un dottore inciampando su una buccia di banana.
Sara invece era quasi diventata la cocca della professoressa; trovò una sua amica che stava alla scuola di prima e l’amica, di nome Quiffinl, le aveva detto: “La professoressa è sempre più gentile con i nuovi arrivati, ma solo se sono biondi e con le lentiggini, proprio come te, perché anche la maestra è così. L’ho trovato scritto sul suo registro vecchio. L’insegnante disse: “Sono la professoressa Marinelli; piacere Sara, presentaci la tua famiglia”.
Quella lo fece; e la maestra sopportò a lungo quello che diceva.
“Quindi… le tue sorelle… sarebbero come te… cioè quasi col tuo stesso nome”
“Certo, maestra…”
“Ehm, scusa?” disse la professoressa, nel momento in cui Sara andava a sedersi.
“Che ho detto di sbagliato?” chiese educatamente Sara.
“Ehm, niente, lascia stare” e l’insegnante pensò ‘questa è ancora rimasta a maestra…’.
Intanto Lara si scatenava e, in piedi sulla cattedra faceva finta di fare la maestra: “Oggi la maestra non c’è; ci sono io e dovete rispettare tutti me” .
Ma in quel momento entrò la maestra. “Ah bene, abbiamo una nuova arrivata, purtroppo” disse.
“Perché purtroppo?” chiese mormorando Lara, mentre stava prendendo il registro della maestra per fare l’appello.
“Siediti al tuo posto. Come ti chiami, che ti metto la nota?”
Furba Lara disse: “Nessuno”
Così quando Lara, dopo l’intervallo mise dentro il registro della maestra una rana (un classico…), la maestra urlò: “Nessuno in direzione”.
E ovviamente Lara non s’alzò.
“Ho detto: Nessuno in direzioooooooneee!”
Un bambino che era arrivato tardi a scuola, dopo l’intervallo, perché doveva fare il vaccino, chiese: “Che bisogno c’è di dire Nessuno in direzione, tanto non ci entra nessuno in direzione!”
La maestra finalmente capì lo scherzo, ma proprio in quel momento driiinnnnn. Tutti a casa.
Chiara pianse per ore e ore, perché non c’era nessuna delle sue amichette; Clara ebbe il mal di pancia e incontrò Mara in ospedale.
Quando tutte le sei sorelle furono a casa, la mamma disse: “Diciamo che l’unica a cui è andata bene è Sara”.
“Tre giorni in vacanza!” urlò felice Mara e appresso tutte le altre.
In effetti oggi andavano in vacanza per tre giorni, con il camper del padre.
Laremismode nella aimismide, larehinponilaicrè! Aiwazzionwmi(Hisakkersojerr) oh, yeahx…
Questa era la canzone della famiglia Fantasia, che tutti cantavano urlando appena il camper si metteva in moto.
“Bene” disse la mamma, “questa gita deve essere realissima. Che fantasia cucinare delle polpette alla marikodo (che sono degli spinaci da cui esce un pizzico di vaniglia bollente)”
“Davvero ci farai questo?” chiese Clara.
“Io non la so cucinare” disse la mamma, “la devi cucinare che tu hai fantasia” disse poi al papà.
“Io sto guidando” disse il papà.
“Tocca a te” disse Clara a Zara.
“Io te li devo fare per te?” disse Zara a Clara. “Te lo puoi solo scordare” e così dissero anche tutte le altre sorelle.
Così niente polpette…
Arrivati dove dovevano arrivare, scesero.
Deserto…
Si trovavano nel deserto del Sahara.
“Questo è il mio deserto” disse Sara.
“Battutona…” disse Mara, senza alcuna intonazione nel dirlo.
Lì non c’erano abitazioni.
Zara la permalosa si offese. “Papà ma siamo capitati in un deserto deserto senza abitazioni”
“E allora?” disse il papà. “Usa la fantasia!”
La mamma si arrabbiò e nessuno dei due calmò le loro figlie che tutte insieme scoppiarono in un litigio terripilante (cioè un po’ terrificante e un po’ orripilante; così lo chiamò Chiara).
Con i mille panini-calamita del frigo del camper si fecero delle mini-capanne.
“Fantastico” disse Clara, “non posso parlare con nessuno”, mentre invece lei di solito stava in camera con Lara e Mara, quelle con i capelli castani e gli occhi uguali ai capelli, perché le altre tre stavano nella stessa camera e avevano tutte e tre le lentiggini, gli occhi azzurri e i capelli biondi.
Lara entrò un secondo dentro la capannuccia di Clara. “Posso stare con te?” chiede triste. “Abbiamo perso di vista il camper e non possiamo rifugiarci lì dentro e alla mia capanna mancano tre panini”.
“Fantastico” disse tristissima Clara.
Nello stesso tempo, ecco che Chiara si rifugiò dentro la capanna di Sara per chiederle se i compiti che avevano fatto erano perduti. Quella rispose di sì e si affrettò a buttare fuori sua sorella, perché voleva starsene un po’ da sola, ma poi ci ripensò perché Chiara si addormentò.
Zara andò a vedere perché in una capannuccia non c’era sua sorella Chiara, ma nell’altra era sicuro che non c’era nessuno perché ci mancavano tre panini. Scoppiò una tempesta di sabbia e Zara non riuscì a vedere la sua capanna e si trasferì in quella di Mara.
“Non ci capisco più niend” disse il papà che si mangiava le parole quando aveva paura.
Poi aprì gli occhi e capì di aver sognato, perché le sue figlie
1. si chiamavano Reale di cognome
2. sua moglie si metteva Fantasia di cognome
3. le bimbe… Zara aveva 6 anni, Mara 5, Sara 4, Lara 3, Chiara 2 e Clara 1
4. il giorno dopo Zara sarebbe andata in prima elementare e il papà era un po’ dispiaciuto perché si era già fatta grande…
5. THE END

venerdì 14 dicembre 2007

LA FAMIGLIA GAIF

I Personaggi
Padre: Tommaso Gaif
Madre: Maria Claudia Biancoponte
Figli:
Teo Gaif, 19 anni: Il capo
Melodia Gaif, 18 anni: La cantante
Marta Gaif, 16 anni: La genietta
Mindy Gaif, 14 anni L’atleta: fa sempre la ruota
Mara Gaif, 10 anni: Bada sempre a Tullio (un po’ troppo)
Melissa Gaif, 6 anni: Timida (tanto da farsela sotto)
Tullio Gaif, 2 anni: Il piccoletto
Tina Blind, 72 anni: La nonna

I genitori stanno sempre in viaggio; la loro frase normale è "dobbiamo realizzare il sogno della nostra vita".
E così sono già andati:
A buttarsi dalle cascate del Niagara
Da Roma a Milano in bicicletta impennando
A raccogliere l’immondizia di un’intera città
In barca a remi dalla Francia all’Inghilterra
"E’ il viaggio che abbiamo sempre sognato" dice la mamma, saltando su una strana macchina.
"Sì ragazzi, è proprio così" dice il papà: "il giro d’Italia in macchina a marcia indietro è fantastico".
Intanto i ragazzi sono sotto il controllo di nonna Tina, la mamma di Tommaso, che prepara da mangiare cose assurde, tipo:
Cipolle alla maionese (la sua specialità)
Frittata di uova di struzzo al latte
Polpette macinate al ketchup e marmellata
"Nonna sta preparando le cipolle" sussurra Marta a Teo.
E Teo organizza una spedizione segreta a MacDonald per comprare la cena mentre Melodia, che parla sempre cantando, intona:
"voglio mangiare tutto il mese
le cipolle alla maionese"
"Ma che sei scema!" dice Mindy; "quelle robe fanno schifo!"
"Voleva soltanto fare la rima" dice Marta.
Teo aggiunge: "Beh, io vado"
"Compra qualche cosa pure per noi!" dice Mindy; "per me, mi raccomando panino integrale con yogurth e frutta che se no non riesco a fare la ruota" dice ruotando.
Teo salta sulla sua macchina, targata <>, e sgomma via.
"Bambiniiiiii" chiama la nonna.
"Mia cara nonnina
non sono una bambina", intona Melodia
non posso ora mangiare
perché devo cantare".
"Io devo finire di studiare!" dice scappando Marta.
"Sono a dieta" dice Mindy.
"Devo cambiare Tullio" dice Mara.
"Non posso venire, mi sono fatta la pipì sotto" dice Melissa.
"Devo andare insieme a Mara" dice Tullio.
E così nessuno va a mangiare le cipolle.
Dopo una mezz’oretta Teo ritorna sgommando.
Apre di scatto lo sportello e le buste cascano per terra; proprio in quel momento Marta vorrebbe aiutarlo ma il cellulare le trilla con la classica musichetta che le ha salvato la nonna Tina e cioè Blind Blind Blind (come il suo cognome).
Preme il pulsante verde. "Pronto?"
"Pronto Marta, sono mamma e… come dire… ci hanno … arrestato, perché andavamo a marcia indietro sull’autostrada…"
"Cooooomeeeee? Doooooooveeee?" chiede Marta.
"Qui, no?"
"Qui dove?"
"Non lo so, qui… insomma"
A quel punto interviene un poliziotto.
"Pronto sono l’agente Romano: questi due pazzi andavano in autostrada a marcia indietro…"
"Ma no!" la mamma deve aver strappato il telefono al poliziotto "Stiamo facendo il viaggio che abbiamo sempre sognato. …"
"Mamma forse è meglio che ti accorgi che il poliziotto ha ragione" interviene Marta.
A quel punto, però, casca la linea.
"Che succede?" chiede Teo con le buste del MacDonald in mano.
"Non ho capito molto" risponde Marta. "Devono aver arrestato mamma e papà perché andavano a marcia indietro in autostrada"
"Dove?"
"Non so"
Blind Blind Blind
Stavolta è il cellulare di Teo a squillare. La suoneria è la stessa.
"Papà!" lo rimprovera Teo, "che avete combinato? Ma davvero siete andati a marcia indietro in autostrada?"
"Sì" dice velocemente il papà, "ma adesso…" e cade la linea.
"Affari loro" dice Mindy facendo capriole sullo zerbino.
"Basta saltellare
vai a studiare,
come si fa
a liberare mamma e papà?"
canta Melodia.
"Sta’ zitta tu che canti" dice, arrivando Mara, spingendo la carrozzina con sopra Tullio, che dorme.
"Mammina di Tullio, spostati" dice Melissa; "sapete, dovrei andare al bagno: il nostro vicino di casa, quel bambino di otto anni, biondino, mi ha guardato e… insomma, non vorrei farmela sotto dall’emozione."
Intanto però… se l’è già fatta sotto…
Tullio ha a portata di mano le mutandine di ricambio e dice "Se’ pù gande di me e fatta sotto. Cema!"
"Scemo sarai tu, sgorbietto!"
"Ehi ragazzi c’è un problema! Hanno arrestato mamma e papà e bisogna cambiare la situazione" interviene Marta.
"Io per adesso vado a cambiare Melissa" dice Mindy, per una volta senza fare la giravolta..
Risquilla il telefono.
Blind Blind Blind
A trillare stavolta è il telefono di Melodia.
"Ciao mammina ah sei tu
come mai ti sento giù?
Vengo a prenderti laggiù"
Poi riattacca.
"Ecco cosa dobbiam fare
per poterli liberare.
Tu Teo io Melodia
dobbiamo andare dalla polizia"
Teo e Melodia partono con la macchina di Teo sgranocchiando due McBacon.
"Ora sono io la maggiore! Tutti a posto" urla Marta, approfittando della partenza di Teo e Melodia.
Eo eo eoooow, ecco il suono della chitarra di sua nonna. "Melodia dove sta? Le devo far sentire la mia nuova melodia!"
Eo eo eoooow continua la nonna.
"Sta in bagno" la convince Mindy facendo una spaccata sulla piscinetta di Tullio.
Intanto Teo e Melodia arrivano dalla polizia, all’uscita dell’autostrada.
Con un walkie- talkie Melodia si mette in contatto con Mara.
"Dimmi tutto" risponde la bambina.
Ma a quel punto Teo prende il walkie-talkie e dice: "Ho preso io il walkie-talkie perché ci mettiamo troppo tempo se quella si mette a cantare… Abbiamo liberato mamma e papà. I poliziotti si sono raccomandati che da oggi in poi devono sempre uscire accompagnati. Meglio se da uno dei figli."
Teo, Melodia, mamma Maria Claudia e papà Tommaso tornano a casa.
Teo guida la macchina e decide di portare il papà a lezione di guida.
Melodia per la felicità resta per una volta senza parole.
Marta cerca di trovare una pillola per calmare l’entusiasmo di Melodia.
Mindy fa una lezione di yoga alla mamma.
Mara asciuga le lacrime a Tullio che piange per la felicità.
Melissa si fa la pipì sotto per l’emozione (del resto quello è il suo hobby).
Tullio piange dalla felicità.
Eo eo eoooow
Nonna Blind arriva con la chitarra e dice: "Da oggi in poi non cucinerò più male: in cucina sarà tutta un’altra musica!"
Eo eo eoooow
THE END
Del resto, come potrebbe finire una bellissima favola, senza una parola di sette lettere come i sette fratelli Gaif?
T E R M I N E

lunedì 26 novembre 2007

PICCOLE

Doris e Iris erano due amiche che nello stesso giorno hanno partorito…
Ora vi racconto.
“Che meraviglia di bambina !” disse Doris rivolgendosi a sua figlia e decise di chiamarla Miley.
“ E la mia Ginevra, ti piace?” le chiese Iris. Doris rispose di sì e le mamme cominciarono a chiacchierare.
Ginevra si rivolse a Miley: “Che nome brutto che hai, mi ricorda la parola maiale!”
Miley invece le rispose: “Ginevra invece a me piace, perché non mi ricorda niente di particolare”
Ginevra chiese: “Dove è andata a finire Ginevra, la moglie di Re Artù? ”
“Beh, di certo non sei come quella” disse Miley.
Iris prese in braccio la sua Ginevra. “Ciao, Doris” e poi disse con la voce a cantilena: “Ciaaao Miiiiley, ci rivediaaaamo domaaani”
Prima che Doris e sua figlia se ne andassero via anche loro, le due mamme si misero vicine, a chiacchierare un altro po’: “Domani va bene la pizza margherita?” chiese una delle due. “Certo”, rispose l’altra e nello stesso istante, attimo, secondo, minuto, ora, giorno, mese e anno (e secolo e millennio, ovviamente, per non dire eternità) Miley sussurrò a Ginevra: “Tua madre ha una bella voce in falseeeetto”.
Poi le due famiglie si divisero.
Il giorno dopo, infatti, si rividero.
“Ciao Ginevrì” disse Miley.
“Ciao Mà” disse Ginevra, e aggiunse: “stavolta il nome Miley assomiglia un po’ a millennio”.
“Il tuo mi ricorda la moglie del ginocchio”.
“Se siamo qui per prenderci in giro, io ti dico che ho una sorella che ha otto anni e che si chiama Maria-Bianca, così almeno non la puoi prendere in giro: Bianca significa Bianca”
Invece Miley la sorprese dicendo: “A me sembra il soprannome di Biancaneve”
“Ancora leggi le favole?” disse Ginevra. “A me piacciono il romanzo dei Promessi sposi e cose così”
“E i Cavalieri della Tavola rotonda, il libro dove c’è Ginevra? E poi io mi chiedo, perché proprio rotonda e non quadrata? E poi che tovaglia usavano per la tavola rotonda, di tessuto o di plastica?”
Ginevra non rispose e, anzi, si addormentò.
“Uffa, si stava così bene dentro la pancia di mamma” sbuffò Miley; “faceva caldo; si dormiva così bene; potevo restare lì dentro e frequentare la scuola materna, quella elementare, le medie, le superiori e l’università e poi uscire dalla pancia di mamma direttamente a 22 anni! E ora ci tocca rifrequentare tutte queste scuole; e poi a chi parlo, visto che Ginevra si è trasformata in un ghiro d’inverno? Almeno dentro la pancia mangiavo il cibo già masticato da mamma e non facevo sforzi; qua fuori mi danno il latte coi biscotti a pappetta. E poi dentro la pancia l’unica cosa che non mi piaceva era quella specie di tubo che legava me e mamma. Volevo essere un po’ più libera e sognavo di uscire dalla pancia e correre dentro un’altra pancia senza tubi e incontrare altri bambini, liberi come me… ma soltanto quelli simpatici, Ginevra compresa. La cosa più buona è che bevevo era il succo di frutta banamela. Mamma ne andava pazza.”
A quel punto Ginevra sbadigliò e si alzò con un occhio semichiuso e l’altro da star.
“Cerco di dormire. Potresti tàcere”
“Si dice tacére, ingorante!”
“Si dice ignorante, ignorante!”
Le due piccole si misero a urlare come matte e non si capiva perché. O meglio, loro lo sapevano, ma gli altri non lo capivano.
Poi Ginevra disse a Miley: “Attiriamo l’attenzione di mamma, dicendo ‘Mamma!’”
“Banamela!” esclamò Miley.
“Cioè?”
“Ha tanti significati:
1. Succo di frutta mezzo banana e mezzo mela
2. Insulto, come a dire torsola o salama
3. Esclamazione di sorpresa
4. Esclamazione del tipo Mannaggia i pesciolini, o altre cose che nuotano”
“Tipo mannaggia le mille balene in gabbia!”
“Allora mannaggia ai nasi soffianti!”
“Ma i nasi soffianti non nuotano!”
“Allora mannaggia ai delfini spruzza-spruzza”
“E poi mannaggia gli squali sdentati”
“Va bene abbaiamo capito”
“Ma che sei un cane?”
“Perché?”
“Hai detto abbaiamo, banamela che non sei altro!”
Le due piccole erano senza fiato per tutti le cose che si erano dette.
Alle mamme sembrava di sentire solo gnè gnè, uè uè, èè èè e lagne così, ma loro tra loro si capivano benissimo.
Anzi avevano deciso di stupire le mamme dicendo le loro prime parole.
“Mamma” disse Ginevra.
“Banamela!” disse Miley.
Doris e Iris si girarono con le bocche aperte come due buste di patatine aperte.
Iris balbettò: “Ma… ma … ma … Gi…Gi…Ginevra ha detto mamma”
E Doris: “Ma… Ma… Miley ha detto Banamela!”
“E che significa?” chiese Iris.
“E che ne so io” disse Doris, “forse parla dei succhi di frutta che a me piacciono da pazzi.”
Iris prese in braccio Ginevra: “Ma tu… tu… tu… tu…”
E Ginevra: “A mà e che è sto tu tu tu. E mica so’ un telefono!”
Doris prese in braccio Miley: “Piccola banamela di mamma”
E Miley: “Grande banamela di Miley”
Ma le mamme capivano ancora solo gnè gnè; riuscivano a capire solo mamma e banamela.
Per festeggiare Doris e Iris decisero di andare al bar.
“Succo di banamela per tutte?” chiese Doris.
“Sìììììì” dissero in coro Iris e le piccole.
E si capì sììì, senza dubbio, non gnè gnè.
Le piccole andarono a finire sul giornale per tutte le parole che dicevano. Infatti a così pochi giorni nessun bambino aveva mai detto le parola banamela.
Ginevra e Miley saranno amiche per sempre, banamela dopo banamela.

mercoledì 31 ottobre 2007

LA BAMBINA PIU' SCATENATA DEL MONDO

Igra da piccola era molto strana.
A tre anni, quasi quattro, aveva fatto un balletto con sua madre davanti a tutti i cittadini.
Sua madre era soprannominata Ballerina di Discoteche Giramondo; si vestivano con strani vestiti di stoffa e anche di velo e avevano ombrellini con i brillantini.
Igra si era veramente preparata molto, ma il papà Giorezio amava molto i soldi, quindi aveva fatto in modo che questo balletto costasse tremila Euro per tutti quelli che vedevano il balletto.
Verso i cinque anni, Igra si iscrisse alla scuola di danza; era una pasticciona: un giorno si è rotta un occhio  ,un altro si è rotta una mano e un altro un orecchio .
E poi il naso, un piede, un bel buco nei capelli da cui faceva capolino un bernoccolo e alla fine il collo .
Igra nel passeggino non stava mai ferma; quindi la mamma la portava in bicicletta.
Igra le rompeva il seggiolino della bici e la mamma le ricomprava continuamente seggiolini  .
Era un disastro!!!
Svuotava tutti i negozi di seggiolini.
Intanto Igra, mentre la mamma non se ne accorgeva, sgonfiava le ruote della bici.
La mamma era disperata, ma dopo una sua amica della scuola materna, che aveva incontrato al supermercato (la mamma di Angelica) le diede un consiglio: non fare quello che diceva Igra . 
Funzionò
Sì, funzionò. E così si risolse il problema a vista  d’occhio
Igra, a scuola, era molto vivace  tanto che un giorno rovinò tutta l’aula.
Appassionata dalla chitarra elettrica, chiassosa come lei, spaccò tutti gli oggetti ballando sopra di essi, con la chitarra, molto più grande e grossa di lei e a mano a mano  si rompeva.
Che vi pensate? Che almeno una cosa buona c’era (cioè che cantava bene)?
Noooo! Era più che stonata.
Cantava solo con la sua vocale preferita, la i di insopportabile e di Igra!
Quindi diceva la i, prima bassa e poi alta, da fare le crepe ai muri.
Igra era + o -, ma anche x e : , buffa in quanto ad aspetto, perché non si toglieva mai il suo ciuccio al succo di vaniglia a forma di ragnatela , con gli elefanti sopra che ci dondolavano.
Quindi Angelica li fabbricava in cambio di andare al supermercato a comprare meloni e frutti vari, pulire la casa in modo che sia diversa, stampare i fogli con disegni assurdi, tipo un maialino mezzo rotto, un computer di fango o un bracciale attorcigliato come un serpente.
Igra calmò il vizio di mettere il ciuccio, mettendosi un pannolino o per sciarpa o per cappello oppure al suo posto.
Igra, un giorno di Pasqua, ahimè, aveva fame e si sa che Igra quando ha fame, di guai assai ne combina.
Il papà, Giorezio, indovina sempre come sta la mamma: se sta tranquilla vuol dire che Igra non ha fame; se invece sta arrabbiata Igra ha sicuramente fame.
La mamma di Igra, un giorno, per non fare piangere per troppo tempo Igra, le fece il latte freddo, perché a Igra non piaceva il latte caldo. Ma Igra sputò il latte e sputò tutto in faccia alla madre!
Aveva cambiato di colpo gusto!
Ma il problema fu grande perché il biberon sfuggì dalla mano della mamma di Igra e bagnò le mura colorate delicatamente e i fogli dove c’erano scritte le clienti che dovevano tagliarsi i capelli dalla mamma, che era parrucchiera.
E volete sapere come hanno fatto a fotografare la scena? E’ semplice: il papà voleva fotografare Igra mentre beveva il latte al biberon, ma si è sbagliato e ha fotografato l’accaduto.
Igra aveva saputo che a san Valentino si facevano dei dolcetti e ne preparò uno che sembrava avere un aspetto molto appetitoso.
Tutti volevano assaggiarlo, ma aveva un odore però… insomma tutti quelli che l’assaggiavano dicevano che era buono per fare contenta Igra, ma dopo vomitavano.
Allora Igra capì che non era buono il suo dolcetto e andò nel bosco, che inoltre sta vicino a casa sua e incontrò una scimmietta.
Igra le diede il dolcetto e la scimmia esclamò “crc… crc… bleah!”. Allora, come aveva fatto per il biberon, era contenta perché tutti dicevano che il suo dolcetto era buono e invece era cattivo.
L’arrivo di un fratellino aveva fatto appassionare Igra a, indovinate un po’? Le storie di due fratelli (Mark e Mary) che volavano su un aeroplano.
A Igra piacevano tanto perché ogni volta andavano a sbattere e la storia finiva male, ma stranamente poi non schiattavano mai (e questo a Igra dispiaceva un pochino).
Comunque tra tre giorni ci sarebbe stata la nascita di suo fratello e Igra disse a sua madre che voleva farlo chiamare Mark.
Ma proprio quando stavano portando il fratellino a casa, guardando Igra il fratello fece un verso strano “eyè eyè”.
A Igra faceva pensare un po’ a bebè; “Mamma ho cambiato idea” disse quel giorno, ma quando stava per dire il nome ‘Bebè’ dalla sua bocca uscì, chissà perché, Egè.
“Sì Egè” ripensò Igra.
Avendo cinque anni e mezzo di differenza, Igra pensò di portarlo in astronave.
“Non hai la patente neanche per la bici senza rotelle” la prendeva in giro il papà, “e vuoi portare in astronave Egè!”
Una settimana dopo, la mamma stava stendendo i panni fuori dal balcone al piano di sopra e Igra stava in cucina con Egè.
Naturalmente Igra, pensando che suo fratello non aveva ancora mangiato la colazione, avesse bisogno di mangiare.
Ahimè se fossi stata io il fratello…
Comunque lo portò in giardino, preparando un goccio di tè freddo (lei lo chiamava così, ma in verità era acqua calda con il limone).
‘Fa niente’ pensò Igra ‘tanto non è mica come me’.
Il fratellino faceva versi strani; avendo soltanto una settimana non poteva che fare gnèèè e uèèè e Igra, stanca di non capire quello che diceva, si arrabbiò e per caso diede una spinta alla carrozzina.
La carrozzina cominciò a correre in discesa, con Igra che ci restava attaccata.
“Carrozzina, aspettami, dove stai andando?” urlava Igra.
Poi se la prese con il fratello: “Ma dove vuoi portare la carrozzina?”
Egè stava per piangere.
Alla fine della discesa c’era una piccola salitella, proprio vicino al garage dove stava arrivando papà Giorezio con la macchina.
La carrozzina arrivò davanti al garage e per caso un bambino che passava di lì attaccò un palloncino più grande della carrozzina e di Igra e la velocità e il palloncino li portarono con facilità in aria.
“Oh finalmente stiamo sull’astronave” sospirò Igra, non capendo perché il fratello non le rispondeva mai.
“Vabbè, penso che a te non importa” disse rivolgendosi a Egè.
Il fratello, rimasto con la bocca che sembrava più come una carta accartocciata e strappata con un buco in mezzo (la bocca aperta), fece “iiiiiiiii”.
“I di Insopportabile” capì allora Igra e si rimise a cantare con tranquillità la i, prima bassa e poi alta.
Il papà, che vedendo volare la carrozzina, il palloncino, Igra e Egè, era naturalmente svenuto, raccontò con difficoltà il tutto a sua moglie Octactic, che cercava di svegliarlo.
Quando furono ben in aria, Igra si ricordò che per cantare ancora meglio, aveva bisogno della sua chitarra marrone, come il palloncino.
Igra lo prese e sentendo che era così cicciotto, cercando di suonarlo lo fece scoppiare.
“I di Incrediiiiibiiile” urlò Igra, mentre atterravano in giardino.
E proprio come Mark e Mary, incredibilmente non si fecero niente.
Se vedete passare da queste parti Igra, intervistatela e chiedetele altri fatti.
Scriveteli poi qui sotto:

domenica 9 settembre 2007

HARTUR E IL CASTELLO ABBANDONATO

Hartur era un dolce bambino che aveva una gatta bianca che si chiamava Jessick; se non fosse stato per il suo collare blu con tre stelle d’oro, la si sarebbe potuta scambiare con lo sgabello dove si siede sempre.
Il giorno prima Jessick ha partorito due gattini bianchi.
Il giorno dopo subito la famiglia di Hartur andò dal veterinario, che rispose alla loro domanda: “Sono due femmine!”.
‘Debby e Ursula!’ pensò Hartur.
Poi gridò: “Le chiamerò Debby e Ursula!”
A casa Hartur mise il collarino con scritto miao in rosso con lo sfondo arancione a Debby e un collarino con il mare e il sole a Ursula; poi la mamma di Hartur accese la tv.
Un signore in tv disse: “E’ questo il posto dove Rebby scrisse il suo primo racconto e poi, purtroppo, morì”.
Era il telegiornale.
La mamma chiese: “Perché non dai la pappa a Jessick, Debby e Ursula?” e poi aggiunse: “adesso vieni a mangia…”
Hartur la interruppe: “Cooosa? Vorrai dire ‘dai la pappa a Jessick, Debby e Rebby…’”.
Il papà disse: “Ma dai, già le hai cambiato nome”
Il pomeriggio era molto faticoso per Hartur: tutto il giorno a mettere le codine a Rebby e il ciuffetto a Debby. E sai quanti graffi!
Non si erano accorti che pioveva; si dice che quando piove la padrona o regina del castello di fronte a casa di Hartur si arrabbiava.
Di notte piovve ancora; Debby e Rebby dormivano, hai voglia se dormivano.
Hartur e Jessick no, non dormivano affatto.
Si guardavano…
A un certo punto Hartur prese una culletta (la sua) e ci mise le tre gatte; si mise un giubbotto col cappuccio, gli scarponi, prese la culla, le chiavi che stavano sul tavolo della cucina e uscì.
Jessick impediva alle sue piccole di uscire; ad Hartur il cuore batteva a forse novemila, mentre si avviava verso il castello.
Eh già… volevano esplorarlo…
C’era un minuscolo laghetto, proprio davanti al castello, lontano un metro da casa sua.
Ma c’era un corto ponticello che quando si chiudeva faceva anche da porta.
Hartur era troppo indeciso ad andare nel castello; gli sembrò che la sua casa piangesse così chiese: “Si possono fare entrare gli animali?”
Un filo di vento rispose.
Hartur entrò: davanti a lui un pentolone panciuto e nero. Dietro al pentolone, una sedia di velluto blu dai lati e le gambe dorati.
Alla destra della lettrice /del lettore un camino. Il resto tutto beige e pieno di ragnatele.
Jessick, Debby e Rebby uscirono e Jessick avvertì con un miao innocente che loro sarebbero state sempre vicine al padrone.
Hartur lo capì; sulla sedia c’era un foglio
1996 3 giugno ciao casa ti devo abbandonare
da Laila (età 5 anni e mezzo)
Deve essere che la bimba, Laila, oggi, adesso, ha 17 anni; ‘magari si è trasferita e è andata in un’altra casa’, pensò Hartur, con la culletta alla sua sinistra e i gatti immobili alla sua destra.
Non si erano accorti che c’era una scala; le gattine si rimisero dentro alla culletta e decisero di osservare il castello da dietro il velo che copriva la culla.
Hartur prese la culla e salì le scale.
E a un certo punto la scala venne illuminata da un fulmine  e cadde uno scheletro dal tetto!
Arrivati al piano di sopra si sentirono dei passi...
Poi arrivati davanti a tre porte, i passi si sentirono più fitti verso la porta al centro…
Il bimbo si avvicinò verso la porta al centro; Rebby e Debby strillarono: “MIA’!”
Ma la mamma con un mao a tono di voce basso fece capire alle sue piccole che non dovevano miagolare.
Hartur aprì la porta e…
… uscirono un milione o forse un miliardo di pipistrelli.
Debby e Rebby si trattennero.
Lì c’era un letto, con bel po’ di ragnatele.
     
     
e dalla coperta celeste.
Lì vicino c’era una scrivania arancione, anche essa piena di ragnatele.
La camera puzzava di chiuso; c’era una finestra quadrata chiusa con le persiane.
Poi andarono in camera, probabilmente dei genitori.
Letto rosso, libreria verde, finestra chiusa e triangolare  .
Sul davanzale c’era un altro foglio:
Caro castello, ho trovato una casa in città, più vicina al mio lavoro. Ciao.
I genitori di Laila
(Milo e Micol)
Vicino alla libreria scapparono un po’ di lucertole; poi Hartur aprì un’altra porta e si trovò in bagno. Anche là puzzava di chiuso, perché la finestra rotonda era chiusa.
Dal water, dal lavandino e dal bidet uscirono un mucchio di … zanzaroni!
Buttarono così tanta acqua da formare una pozzanghera.
Hartur scivolò e finì a terra; Debby e Rebby scacciarono i zanzaroni e Jessick gli fece forza e Hartur si alzò.
Hartur scese le scale e tanti UUUUUUUUU lo accolsero.
Una testa rotolò… un fulmine la illuminò… era una… zucca di Halloween!
Si rimise il cappuccio ed uscì con la culletta in mano.
Adesso gli sembrava che la sua casa ed il castello sorridessero.
Quando il bimbo rientrò in casa fece svegliare i genitori; erano le otto di mattina!
Le tre gatte si misero sulla testolina di Hartur.
Il papà e la mamma gli chiesero dove era stato.
Lui, con uno sbadiglio, raccontò tutto, anche i minimi dettagli.
Smise di piovere e spuntò il sole.
Ora Hartur poteva dire a tutti che il castello vicino a casa sua era semplicemente un castello abbandonato dal 1996.